Il tuo partner controlla costantemente il telefono? Ecco cosa significa secondo la psicologia

Sei lì che racconti della giornata infernale che hai avuto in ufficio, o magari stai cercando di decidere insieme dove andare in vacanza, e il tuo partner… scroll, scroll, scroll. Gli occhi fissi sullo schermo, il pollice che si muove come fosse in trance. Tu parli, e dall’altra parte c’è solo un “Uhm uhm” distratto che grida “Non ti sto ascoltando per niente, ma faccio finta di sì”.

Suona familiare? Benvenuto nel club. Siamo in tanti, fidati. Ma ecco il punto interessante: quella che sembra solo una brutta abitudine da era digitale potrebbe in realtà raccontare una storia molto più articolata su cosa sta succedendo nella vostra relazione. La psicologia ha un nome per questo comportamento – si chiama partner-phubbing – e ti assicuro che non è solo questione di maleducazione o di “eh ma i giovani d’oggi”.

Parliamoci chiaro: viviamo tutti con lo smartphone praticamente attaccato alla mano. Controlliamo Instagram mentre facciamo colazione, WhatsApp mentre aspettiamo l’autobus, TikTok mentre siamo in bagno (sì, lo facciamo tutti, inutile negarlo). Il problema nasce quando questo comportamento inizia a infiltrarsi nei momenti che dovrebbero essere per voi due. Quando il telefono diventa il terzo incomodo della coppia, quella presenza costante che si mette tra te e l’altra persona anche quando siete fisicamente insieme.

E qui la ricerca scientifica ci dice qualcosa di interessante: secondo studi condotti da Roberts e David nel 2016, quando il partner-phubbing riduce soddisfazione di coppia, non è solo fastidioso. È associato a una riduzione misurabile della qualità della relazione, a più conflitti legati all’uso della tecnologia e persino a sintomi depressivi in chi subisce questo comportamento. Non è roba da poco, insomma.

Phubbing: Quando Ignorare Qualcuno Per Uno Schermo Diventa un Problema Serio

Prima di tutto, chiariamo di cosa stiamo parlando esattamente. Il termine phubbing viene dalla fusione di “phone” e “snubbing” – letteralmente “snobbare con il telefono”. È quello che succede quando ignori qualcuno che hai davanti per prestare attenzione al tuo smartphone. Quando questo accade in una relazione sentimentale, boom, ecco il partner-phubbing.

Ora, potrebbe sembrare un termine inventato dai soliti psicologi che vogliono etichettare tutto, ma in realtà descrive un fenomeno reale che ha conseguenze concrete. Ricerche successive, come quelle di McDaniel e Coyne del 2016, hanno confermato che il phubbing nelle coppie è collegato a minore intimità percepita, maggiore solitudine e un peggior benessere relazionale generale. Tradotto in parole povere: quando il tuo partner preferisce lo schermo a te, la relazione ne risente. Punto.

Ma perché fa così male? Perché non è “solo un telefono”? Il motivo sta in come il nostro cervello interpreta questa situazione. Quando veniamo ignorati per uno schermo, il nostro sistema emotivo legge questo comportamento come esclusione sociale. E l’esclusione sociale, per il nostro cervello evolutivo, è una minaccia seria. Esperimenti di neuroscienze – tipo il famoso test del “cyberball” dove i partecipanti vengono esclusi da un gioco virtuale – hanno mostrato che il phubbing attiva dolore esclusione sociale. Sì, hai letto bene: il dolore dell’esclusione è neurologicamente simile a quello di una botta.

Quindi quando il tuo partner ti snobba per controllare Instagram, il tuo cervello riceve sostanzialmente il messaggio: “Non sei abbastanza importante. Quello che c’è in quello schermo conta più di te”. E reagisce di conseguenza, con frustrazione, rabbia, tristezza, calo di autostima. Non sei tu che sei troppo sensibile. È letteralmente come siamo programmati a livello biologico.

Ma Cosa Si Nasconde Dietro Questo Comportamento?

Okay, abbiamo capito che essere ignorati per un telefono fa schifo. Ma la domanda interessante è: perché qualcuno dovrebbe preferire uno schermo alla persona che ha accanto? Non ha senso, no? Beh, in realtà le ragioni possono essere diverse, e spesso la persona stessa non ne è del tutto consapevole.

Il Telefono Come Scudo Protettivo: L’Evitamento Emotivo

Una delle spiegazioni più comuni ha a che fare con quello che gli psicologi chiamano evitamento emotivo. In pratica, per alcune persone il telefono diventa una specie di rifugio sicuro da situazioni che generano ansia o disagio. Un silenzio che pesa? Scroll. Una conversazione che si sta facendo seria? Notifica improvvisa da controllare. Un momento di intimità che richiederebbe di abbassare le difese? Meglio vedere cosa sta succedendo su Twitter.

Analisi divulgative sul comportamento digitale nelle coppie evidenziano come l’uso compulsivo del telefono possa funzionare come meccanismo di gestione dell’ansia e della noia. È più facile rifugiarsi in contenuti digitali prevedibili e controllabili che affrontare l’imprevedibilità di un’interazione emotiva vera. Il problema? Che questo crea un circolo vizioso tremendo: più usi il telefono per evitare il contatto emotivo, più il partner si sente trascurato, più la relazione si incrina, più aumenta l’ansia e l’insicurezza, più hai bisogno del telefono come rifugio. E via così, in una spirale che si autoalimenta.

La letteratura psicologica sulle strategie di coping ci dice che l’evitamento – sia comportamentale che cognitivo – viene spesso usato per gestire emozioni negative, ma nel lungo termine è associato a maggiore disagio psicologico e peggiori esiti nelle relazioni. Insomma, funziona sul momento, ma ti frega alla lunga.

La Dipendenza da Notifiche: Quando il Cervello Vuole la Sua Dose

C’è poi l’aspetto della vera e propria dipendenza comportamentale. Gli smartphone, e soprattutto le app che usiamo, sono progettati – e quando dico progettati intendo letteralmente ingegnerizzati da team di esperti – per tenerci incollati. Come? Attraverso quello che si chiama rinforzo intermittente: non sai mai quando arriverà la prossima notifica interessante, il prossimo like, il prossimo messaggio che ti farà sentire bene. È esattamente lo stesso meccanismo delle slot machine, quello che ti fa pensare “ancora una girata e poi smetto” per poi ritrovarti lì due ore dopo.

Studi recenti sull’uso problematico dello smartphone indicano che questo tipo di comportamento è associato a difficoltà di autoregolazione, impulsività, ansia e tendenza alla distrazione continua. E poi c’è lei, la famosa FOMO – Fear Of Missing Out, la paura di perdersi qualcosa. Ricerche di Przybylski e colleghi del 2013 hanno identificato la FOMO come un forte predittore del controllo compulsivo del telefono. In pratica: il cervello è convinto che se non controlli adesso, ti perderai qualcosa di importantissimo. Spoiler: il novantanove virgola nove per cento delle volte non è così, ma prova a dirlo alla tua amigdala in modalità panico.

Quindi non è sempre questione di maleducazione o mancanza di rispetto. A volte è proprio un pattern comportamentale rinforzato nel tempo che diventa difficilissimo da interrompere, anche quando la persona si rende conto che sta creando problemi.

Il Bisogno di Controllo: Il Mondo Digitale Come Comfort Zone

E poi c’è un terzo livello, più sottile ma altrettanto potente: il bisogno di controllo. Nel mondo digitale puoi controllare tutto. Puoi scegliere cosa vedere, cosa evitare, come presentarti, quando rispondere, come apparire. È un ambiente totalmente sotto il tuo comando. Nella relazione reale, invece? Zero controllo. Devi confrontarti con le emozioni dell’altro, le sue reazioni imprevedibili, le sue richieste, i suoi momenti no.

Per chi ha difficoltà a tollerare l’incertezza o vive insicurezze profonde – e qui la ricerca sugli stili di attaccamento ci dice tanto – il telefono può offrire un’illusione di controllo totale. È uno spazio dove ci si sente più sicuri, più competenti, meno vulnerabili. Soprattutto per chi ha paura dell’intimità emotiva o fatica a gestire i conflitti, l’ambiente online può sembrare molto meno minaccioso della relazione faccia a faccia.

Cosa Prova Chi Resta dall’Altra Parte dello Schermo

Mentre chi è sempre al telefono potrebbe non accorgersi del danno che sta facendo, chi lo subisce vive un disagio molto concreto. Gli studi sul partner-phubbing hanno documentato una serie di effetti specifici su chi viene ignorato. C’è prima di tutto una sensazione di esclusione e rifiuto: come dicevamo prima, il cervello interpreta questa situazione come una vera esclusione sociale, attivando risposte emotive e persino neurali simili al dolore fisico. Poi arriva il calo dell’autostima, quando inizi a chiederti “cosa c’è che non va in me?”, “non sono abbastanza interessante?”, “ho fatto qualcosa di sbagliato?”.

Cosa pensi davvero del partner-phubbing?
È una forma di esclusione
Solo una cattiva abitudine
Un segnale di disagio emotivo
Colpa della dipendenza digitale

Si sperimenta anche un aumento della solitudine, il paradosso più crudele: puoi sentirti tremendamente solo anche quando sei fisicamente accanto alla persona che ami. C’è la frustrazione e rabbia accumulate, che poi esplodono in litigi apparentemente sproporzionati per una sciocchezza, ma in realtà è il risultato di settimane o mesi di sentirsi messi in secondo piano. E infine si assiste a una perdita di intimità emotiva e fisica, dove la distanza emotiva cresce, il desiderio diminuisce, la connessione si sgretola pezzo dopo pezzo.

Centri specializzati in psicologia di coppia descrivono il phubbing come un possibile campanello d’allarme di calo di empatia, coinvolgimento emotivo ridotto e qualità relazionale in declino. Non è che il telefono causa tutti questi problemi da solo, ma spesso è il sintomo visibile di dinamiche più profonde che stanno andando storte.

Come Capire Se È Solo Una Brutta Abitudine o Qualcosa di Più Serio

Ora, prima che tu vada dal tuo partner accusandolo di avere tutti i problemi psicologici del mondo perché ha controllato Instagram mentre eravate a cena, facciamo una distinzione importante. Non ogni sguardo al telefono è un dramma. Tutti lo facciamo, fa parte della vita moderna. Il punto è capire quando diventa un problema reale.

La ricerca sul phubbing e sull’uso problematico dello smartphone suggerisce di osservare alcune caratteristiche specifiche del comportamento. Controllare il telefono occasionalmente – per un messaggio di lavoro urgente, per rispondere alla mamma, per verificare un’informazione necessaria – è assolutamente normale. Il comportamento diventa problematico quando è sistematico: succede regolarmente, quasi sempre, in molti momenti che dovrebbero essere di condivisione. Colazione, cena, conversazioni importanti, momenti di relax insieme – il telefono è sempre lì, sempre più interessante di quello che succede tra voi due.

Diventa un problema quando è rigido: anche quando glielo fai notare, anche quando ne parlate, anche quando promette di cambiare, il comportamento torna sempre uguale. Non c’è flessibilità, non c’è adattamento, non c’è vera intenzione di modificare il pattern. È problematico quando è difensivo: quando affronti il tema, invece di un dialogo ottieni irritazione, minimizzazione tipo “ma dai, stavo solo guardando una cosa”, controaccuse del tipo “anche tu lo fai”, o proprio rabbia. La persona si mette sulla difensiva invece di ascoltare cosa stai provando.

E infine quando è pervasivo: non succede solo con te, ma anche con amici, familiari, in contesti lavorativi. Questo suggerisce un uso problematico dello smartphone più generale, non solo una dinamica specifica della vostra coppia. Quando il phubbing raggiunge questi livelli, gli studi mostrano associazioni significative con minore soddisfazione di coppia, minore fiducia reciproca e peggiore benessere psicologico generale. A quel punto il telefono è spesso solo la punta dell’iceberg di difficoltà più ampie, sia individuali che relazionali.

Cosa Puoi Fare Concretamente Per Affrontare la Situazione

Se ti riconosci in questa dinamica – da una parte o dall’altra – ci sono modi costruttivi per affrontarla. La prima regola fondamentale: comunicazione non accusatoria. Lo so, è difficilissimo quando sei frustrato e arrabbiato dopo l’ennesima cena passata a guardare il partner guardare lo schermo, ma funziona davvero.

La terapia di coppia ci insegna che i “messaggi in prima persona” riducono la reattività difensiva e facilitano l’ascolto reciproco. Invece di “Sei sempre su quel cazzo di telefono, me ne frega niente a te!”, prova con “Quando guardi il telefono mentre parliamo, mi sento poco importante per te e questo mi fa stare male”. Sembra una minima differenza, ma cambia tutto. Il primo attacca e accusa, il secondo esprime come ti senti tu. E contro i sentimenti è molto più difficile mettersi sulla difensiva.

Se sei tu quello sempre al telefono, la domanda da farti è: cosa sto cercando qui dentro che non trovo nella relazione? Sto evitando qualcosa? Ho paura di qualcosa? Questa auto-riflessione può rivelare schemi di comportamento che nemmeno sapevi di avere. Magari scopri che usi il telefono per gestire l’ansia, o per evitare conversazioni difficili, o perché in fondo hai paura dell’intimità vera. Riconoscerlo è il primo passo per cambiare.

Alcune strategie pratiche che la ricerca sul benessere digitale nelle coppie suggerisce: stabilite insieme momenti o zone “phone-free”. Non è proibizionismo, è creare intenzionalmente spazi di connessione autentica. Tipo: durante i pasti i telefoni stanno in un’altra stanza. In camera da letto dopo una certa ora, via. La prima mezz’ora quando tornate a casa dal lavoro, telefoni silenziati. Provate, vedrete che differenza fa avere anche solo venti minuti al giorno di attenzione totale reciproca.

Condividete esplicitamente le aspettative sull’uso del telefono. Magari per te è normalissimo controllare Instagram a letto prima di dormire, mentre per il tuo partner è un momento che dovrebbe essere per voi due. Se non ne parlate, ognuno fa le proprie supposizioni e nascono incomprensioni e risentimenti. E se nonostante i tentativi di dialogo la situazione non migliora, o se vi rendete conto che sotto c’è qualcosa di più profondo – paura dell’intimità, evitamento cronico dei problemi, forte insicurezza relazionale – considerare un percorso con uno psicologo o psicoterapeuta specializzato in coppie può davvero fare la differenza. La ricerca sulle terapie di coppia mostra che un supporto professionale migliora significativamente comunicazione, soddisfazione e stabilità della relazione.

Il Telefono Non È il Cattivo della Storia: È Solo Uno Specchio

Arrivati a questo punto, la cosa fondamentale da capire è questa: il telefono in sé non è il nemico. È uno strumento, neutro per definizione. Il problema non è lo smartphone, sono i bisogni emotivi non soddisfatti, le paure non affrontate, le difficoltà di comunicazione, le insicurezze relazionali che lo smartphone semplicemente rende visibili.

Quando il tuo partner è costantemente al telefono, potrebbe essere evitamento emotivo, potrebbe essere uso compulsivo tecnologico, potrebbe essere bisogno di controllo, potrebbe essere insoddisfazione della relazione che non riesce a esprimere a parole. O potrebbe essere, onestamente, solo una cattiva abitudine della vita moderna che con consapevolezza e buona volontà si può cambiare.

La ricerca ci dice chiaramente che il partner-phubbing riduce la qualità percepita della relazione, l’intimità e la soddisfazione reciproca. Ma ci dice anche che riconoscere il pattern è il primo passo per spezzarlo. La consapevolezza è potere, come diceva qualcuno molto più saggio di me.

Non si tratta di tornare agli anni Novanta quando per sentirsi dovevi aspettare di essere a casa con il telefono fisso. Si tratta di chiedersi: sto usando il telefono per arricchire la mia vita e le mie relazioni, o per fuggire da esse? Studi sul benessere digitale mostrano che un uso intenzionale, limitato e consapevole della tecnologia è associato a maggiore benessere soggettivo rispetto a un uso compulsivo e automatico. In pratica: quando scegli tu come e quando usare il telefono invece di lasciare che sia lui a controllare te, stai meglio. Sorpresa.

Quindi la prossima volta che ti ritrovi a parlare nel vuoto mentre il tuo partner scrolla distrattamente, invece di esplodere o chiuderti nel silenzio risentito, prova a fermarti e chiederti (e poi chiedergli, con calma): cosa stiamo evitando? Di cosa abbiamo paura? Cosa ci spaventa dell’essere veramente presenti l’uno all’altra, senza schermi in mezzo? Perché spesso, dietro quello schermo luminoso, si nasconde semplicemente la paura della vulnerabilità, del contatto emotivo autentico, dell’intimità vera – quella che richiede di abbassare le difese e rischiare di farsi vedere per quello che si è davvero. E quella paura, quella sì che vale la pena affrontare. Insieme, possibilmente, con i telefoni spenti e gli occhi negli occhi.

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